Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo

1301276640-indiana_jones_and_the_kingdom_of_the_crystal_skull27I ruggenti anni ’60 richiamano in vita il professor Jones, dopo 19 lunghi anni d’inattività sugli schermi. Quest’ultima avventura, che dovrebbe concludere il ciclo secondo quanto dichiarato da Spielberg, ha inizio nella desertica zona dell’Hangar 51, nel 1957, durante la guerra fredda. Indy (immancabilmente Harrison Ford) e il suo compagno di avventura Mac (Ray Whinstone) fronteggiano alcuni agenti sovietici, guidati dalla fredda Irina Spalko (Cate Blanchett) che cercano di impadronirsi di una misteriosa mummia con proprietà magnetiche.
Scampato all’attacco, Jones torna all’università e scopre che le sue recenti attività hanno insospettito l’FBI e fanno pressioni affinché il preside (Jim Broadbent) lo licenzi. Mentre medita sul da farsi, incontra un giovane ribelle alla “Fronte del Porto”, Mutt (Shia LaBeouf) e con lui inizierà la cerca del leggendario teschio di cristallo di Akator, per salvare due vecchie conoscenze: Marion (Karen Allen), madre di Mutt, e il professor Oxley (John Hurt).
Gli appassionati di Indy non potranno che esultare per questo film: per quanto si sussurrasse di un Harrison Ford troppo vecchio e di una trama flebile, la trama si dimostra, al contrario, coinvolgente e ben ritmata, proprio come quelle dei capitoli precedenti, e destinata, come le altre, a fare storia. Immancabili le numerose citazioni, dall’Arca Perduta contenuta ancora nell’Area 51, dove l’avevamo vista portare al termine del precedente film, alle foto di Sean Connery sulla scrivania del professor Jones, ai ricordi di Indy giovane e ribelle.
La regia è serrata, con belle prospettive e inquadrature dinamiche che coronano una buona fotografia, più che adatta ad un film d’azione e avventura come questo. Convincentissime anche le interpretazioni dei protagonisti: Ford non ha perso lo smalto e sembra quasi divertito dal rispolverare il vecchio ruolo, Cate Blanchett è perfetta come sempre nei panni della cattiva fredda e imperturbabile, Hurt dimostra come sempre di calarsi in personaggi complessi, come quello di Oxley, senza alcuna difficoltà, e LaBeouf riesce a tenere il passo con il grande cast che lo circonda.
Non mancano nemmeno i colpi di scena e i rivolgimenti di una trama generale che non è statica sul passato, ma guarda anche ad un possibile futuro. Qualcuno parla di passaggio di testimone, da Ford a LaBeouf… anche se Spielberg nega, non è totalmente da escludere, anche se il finale, vagamente aperto, sembra voler essere conclusivo.

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