WALL-E

gallery_walle__0003_04_a6dc7f64Terra, lontanissimo futuro. Immensi grattacieli s’innalzano su un mondo devastato dai rifiuti e dall’incuranza dell’uomo. Il cielo stesso è oscurato dallo smog, e le stelle coperte dai miliardi di detriti che orbitano intorno al pianeta. Nulla si muove, salvo uno scarafaggio, superstite a tutto, come previsto dagli scienziati, ed un piccolo robot, che instancabilmente accartoccia e incubetta i rifiuti da centinaia di anni, creando ulteriori costruzioni ad immagine e somiglianza di quelle umane.
Un gioco, sembra, al di fuori di uno schema rigidamente fissato: e infatti Wall-E, l’unità addetta ai rifiuti superstite, colleziona anche oggetti curiosi e particolari, cui non sa dare un nome o uno scopo, ma che la attraggono, tanto quanto lo scarafaggio, suo piccolo animale domestico, che allevia la solitudine del tempo, insieme ad un vecchio musical romantico.
La stasi cessa al giungere di un’astronave, da lontano, che scarica sulla terra la modernissima sonda EVE, incredibilmente femmina ed altrettanto “senziente”. È così che Disney, supportata dall’insostituibile Pixar, genera il film semi-muto più dolce, struggente e saggio degli ultimi dieci anni. Non servono parole per descrivere le azioni, non frasi per le comunicazioni tra i due protagonisti, non commenti per descrivere lo scempio e la solitudine che solo l’essere umano riesce a creare per se stesso.
Wall-E è inesorabile, come il suo messaggio: animato da una forza d’animo che i mortali hanno perso e che le macchine sembrano aver ereditato. Un film che apre gli occhi, su ciò che di mirabile la scienza cinematografica riesce a fare, e sullo scempio che l’uomo d’ogni giorno minaccia di creare.
Un film da Oscar (a dire il vero, speriamo ne ottenga vari), che lancia il messaggio meno stucchevole e più efficace possibile: salviamo noi stessi, prima che sia troppo tardi. Portate i vostri figli a vederlo, indubbiamente, e curatevi di farne propri i contenuti dentro voi stessi.

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